La scrittrice: Da come si può vedere anche questa è una trattazione di una persona esterna, in particolare si tratta di una studiosa di soggetti anoressici, la quale si è voluta mantenere anonima, che ha pubblicato molti articoli e partecipato attivamente alla faccenda: malattie alimentari.

Introduzione al testo: Il presente documento tratta in maniera più a livello morale che esterno la situazione delle modelle anoressiche che ogni giorno sfilano sui palchi illuminate da riflettori la cui luce le passano attrverso. La scrittrice quindi si pone anche nel problema attuale delle modelle, ma più che altro dell'immagine che si da alle ragazze giovani della belezza, la scrittrice rammenta difatti che il 60% dei casi di Anoressia hanno come causa proprio una visione distorta, completamente distorta, della realtà e della vera beltà. L'articolo si presenta molto interessante perchè fino ad ora si è analizzati solamente articoli trattanti in maniera esterna l'argomento, bisogna infatti guardare anche a livello morale per farsi una migliore idea. Ultima cosa, l'articolo fa riferimento ad immagini che sono poste in questa colonna.

Le seguenti immagini fanno rispettivamente riferimento al testo scritto in rosso: la prima è Enrica, la seconda una modella e la terza immagine sono dei particolari.
 

Il volto e le dificoltà dell'Anoressia, storie di modelle*:
Enrica, 30 anni, descrive il suo rapporto estenuante e distruttivo con il cibo, evidenziandone la maniacale ritualità che ancora oggi la tiene in vita, nel costante bilico tra la vita e la morte. "Quello che avviene è una sorta di monologo tra chi mangia e ciò che sta mangiando : ogni piccolo boccone deve essere guardato, pensato prima di essere ingerito per poi essere masticato con lentezza estenuante…Un rito che uccide e, contestualmente, tiene in vita. Ogni pasto viene inesorabilmente processato dopo essere stato consumato, reo confesso d’aver contaminato il corpo : nessun sapore, nessuna traccia può sostare negli organi interni."Enrica è una delle tante, purtroppo troppe, donne che soffrono di Anoressia nervosa; una delle tante che si trascina per il mondo, con i suoi 38 Kg di peso corporeo e le tonnellate di angoscia; una delle tante che ha scelto di rendere il suo corpo sempre più scheletrico, al limite con la sopravvivenza.Corpi che si trasformano in spaventosi scheletri ambulanti, costole che sembrano bucare la pelle, braccia sottili come bastoni… Quante volte abbiamo letto queste descrizioni su manuali e riviste informative ? Quante volte abbiamo letto le interviste, quante volte abbiamo ascoltato le descrizioni verbali di cosa significhi essere anoressica ? Ma quante volte abbiamo visto con i nostri occhi cosa veramente significhi "vivere al limite con la sopravvivenza" ? ; quante volte abbiamo potuto conferire un’immagine visiva alle descrizioni degli "scheletri anoressici"? E quante di quelle immagini mentali sono mai state realmente vicine alla realtà?

Nonostante la molteplicità di ipotesi avanzate per spiegare questo diffuso fenomeno, appare condivisa l’idea di un adeguamento a quei modelli culturali che prospettano ideali di bellezza improntati a standard esagerati di magrezza. Sotto il profilo psicologico e sociale, i fattori che vengono ritenuti più frequentemente implicati nell’insorgenza dei disturbi alimentari riguardano la bassa autostima, il perfezionismo, la depressione, l’impulsività, la distorsione dell’immagine corporea, la carenza di rilevanti rapporti sociali e le difficoltà nelle relazioni interpersonali. Mettiamo da parte, per una volta soltanto, il senso di colpa e il complesso di inadeguatezza, abbandoniamo per un attimo i conflittuali rapporti madre-figlia, e spostiamo l’attenzione sulle conseguenze di tutto ciò.Guardiamo con i nostri occhi cosa significhi essere anoressica, come il corpo ne risulti trasfigurato, quali siano anche le conseguenze organiche ed i rischi cui un organismo debilitato fino a tal punto vada inevitabilmente incontro.Purtroppo , o per fortuna, la traduzione pratica della parola Anoressia è molto poco conosciuta malgrado, senza che ce ne accorgiamo, i Mass Media ce ne propongano quotidianamente esempi pratici sulle passerelle. Eppure "quegli" scheletri, avvolti da un alone di fascino e di classe, truccati e pettinati, finiscono con il divenire degli autentici Status Symbol, delle mete ambite con cui le adolescenti di oggi si trovano a fare i conti. Questi scheletri divengono i punti di paragone con cui, vuoi o non vuoi, ci confrontiamo giornalmente, i modelli cui finiamo con il conformarci, realmente o idealmente, per essere in linea con le imposizioni della moda… Fotomodelle fascinose, filiformi, la cui pelle si trasforma in una sorta di pellicola trasparente attraverso cui ogni singola costola spicca in tutta la sua spigolosità.Scheletri che indossano parrucche ed abiti sempre più improbabili, attraverso i quali si offre lo spettacolo sconcertante di braccia e gambe non più robuste di un bastone.

Abiti con profonde scollature che mostrano ogni singolo osso dello scheletro sottostante, volti quasi triangolari, inespressivi, emaciati, scavati.. Volti in tutto e per tutto simili a dei teschi (come nel caso della modella qui a sinistra) , corpi privi di forma, privi di ogni accenno di rotondità; corpi che si estendono "in lunghezza", sottolineati da abiti al limite dell’elasticità…Attraverso le maniche sbucano braccia ossee, polsi spigolosi, deformi, disumani. Uno spettacolo sconcertante, che pure la moda ci impone e ci sottopone quotidianamente, quasi a volerci ripetere "O sei così, o sei out !". Sotto le gonne, gambe spietatamente magre, che si confondono tra abiti costosissimi che portano le griffes più famose , incuranti del loro pericoloso impatto sulle adolescenti, prive di una identità sufficientemente strutturata per poter rigettare quel modello patologico e, a nostro avviso, più spaventoso che auspicabile o, ancor meno, "bello".

Le immagini 1 e 2 nella colonna accanto vogliono focalizzare l’attenzione su quei "particolari" che troppo spesso finiscono confusi tra le luci psichedeliche delle sfilate , tra i tessuti costosi e gli effetti sonori totalizzanti.Le passerelle finiscono infatti con il tramutarsi, sotto i nostri sguardi ignari, in teatri di veri e propri messaggi subliminali che imprimono immagini malsane, confuse in un contesto coinvolgente che fa loro da scenario.Troppo spesso infatti il contesto assorbe certi aspetti che finiscono con il trasformarsi in "dettagli" cui il nostro occhio ad un certo punto si abitua, ed impara a considerarli elementi scontati e socialmente condivisi. Siamo ormai talmente tanto avvezzi ad immagini come quelle presentate qui di fianco, che solo pochi occhi "critici" ne rilevano l’assurdità. Eppure è sufficiente "isolare" il dettaglio per rendersi conto della sua spaventosa portata. Di fatto, la fotomodella nel suo complesso ci stupisce sempre meno quanto a magrezza, ma se ci soffermiamo ad osservarne alcuni "pezzi" non possiamo non renderci conto di quali siano gli standard con cui veniamo bombardati e che abbiamo, più o meno coscientemente, finito con lo "sposare".Eppure queste immagini sono ancora ammantate da un alone "surreale" e quasi scenografico, che ci impedisce di coglierne la più scarna e cruda concretezza. Questa documentazione però non vuole limitarsi solamente ad una denuncia di tipo "sociale" nei confronti delle tendenze della moda, anche se non possiamo non riconoscere a quest’ultima un peso certamente non indifferente nella diffusione di certe immagini ed ideali.

Cosa accade, allora, se questi corpi vengono denudati dalla cortina dorata della ricchezza, del fascino della moda, dell’elevato ed irraggiungibile status di "Top Model" ? Qual è lo spettacolo, raccapricciante ed agghiacciante, che si offre ai nostri occhi se "tagliamo fuori" le componenti del business e della desiderabilità, e proviamo a guardare in faccia la crudezza di corpi più "reali", "anonimi", "quotidiani", "poveri", eppure dannatamente CONCRETI ?Se dietro quella magrezza non ci fosse più la corsa all’oro, ma solo l’incolmabile vuoto della sofferenza psicologica di ragazze "come noi", quale sarebbe la nostra reazione?Purtroppo, infatti, dalle mondane passerelle , l’anoressia si è ormai irrimediabilmente e pericolosamente spostata su un vertice sempre più "privato", anonimo ed individuale.Corpi senza un nome celebre, che fanno parlare poco, o addirittura niente, di sé e che pure sono forse ancor più drammaticamente veri e sofferti, nel loro solitario dramma. Corpi indescrivibili a parole; immagini che si commenterebbero da sole, di fronte alle quali ogni più sofisticato giro di parole non può che crollare, manifestando tutta la sua inadeguatezza rispetto ad una gravità che solo l’immagine può testimoniare.E’ difficile , per chi scrive, così come per chiunque si trovi per la prima volta dinanzi ad immagini tanto sconvolgenti, riuscire a proferire anche una sola parola che possa aggiungere dell’altro.Lasciamo pertanto che siano queste immagini drammatiche a dire tutto ciò che le parole non potrebbero mai esprimere in modo tanto incisivo e tangibile. Lasciamo che siano i vostri occhi ad incontrare, forse per la prima volta, questo spettacolo crudele e raggelante, traduzione visiva di uno dei vissuti più drammatici e pericolosi nell’ambito dei disturbi psicosomatici. Le immagini citate (non oscene e con nessuna parte intima in mostra) sono state tolte dalla redazione di OasiBlu per ragioni etiche: tali foto sono state rilevate in siti "dubbi". OasiBlu, dissassociandosi da questi siti ha provveduto di conseguenza ad allontanare tali foto che possono al limite portare a malintesi sulle intenzioni del sito stesso. Si è voluto comunque lasciare l'articolo in merito, nel suo formato originale ed integrale. Ringraziando nello stesso tempo di cuore il suo autore per l'enorme lavoro svolto. Eppure un corpo, pur nella sua indescrivibile drammaticità, non potrà mai comunicare tutto il vissuto emotivo che si cela sotto la spietata sofferenza anoressica…Per tale ragione abbiamo scelto di concludere questa documentazione aggiungendo un volto ai corpi, senza dubbio sconvolgenti, ma mai espressivi come due occhi svuotati da ogni illusione, come un sorriso irrimediabilmente spento e rassegnato alla disfatta.

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