Lo scrittore: Questo documento è un intero
racconto di unpo psicologo che ha avuto in cura un ragazzo
anoressiaco, quindi si parla di Anoressia maschile, lo psicologo
che tratta purtroppo ha voluto mentenere la privacy e non
ha quindi lasciato la sua identità. Leggere questa
trattazione è importante, perchè si può
vedere dagli occhi di un medico la malattia, quindi si scoprono
altri punti di vista.
Introduzione al testo: Il seguente documento è
un racconto, un racconto di un'esperienza di uno psicologo
che ha avuto in cura un ragazzo afflitto da Anoressia. Il
ragazzo, ventenne, lavora nel corpo delle armi e studia
legge, questi si è rivolto spontaneamente ad un medico
per cercare di riabilitarsi. Quindi il soggetto in questione
si è già reso conto della gravità della
sua situazione, leggendo si scoprirà che quanto detto
nei precedenti articoli, si è rivelato quasi tutto
corretto.
Dal racconto di uno psicologo*:
Carlo, ragazzo di venti anni, mi è stato inviato da una
psicologa di un'altra città, lo ho visto la prima volta
con il padre, poliomielitico ad una gamba, per cui zoppica. È
molto preoccupato per questo figlio che da un paio di anni ha
il problema dell'anoressia. È stato visitato dal medico
di base e da una neurologa per i problemi organici. Il ragazzo
è alto un metro e ottantacinque, forse uno e novanta e
pesa cinquanta chili scarsi. È molto molto magro. Fa impressione
a vedersi, sembra lo scheletro dell'aula di anatomia, uno scheletro
dipinto di rosa. Ricorda la famosa descrizione del medico inglese
Morton, del 1689: "Come uno scheletro ridotto alla sola pelle".
Malgrado questo l'espressione del ragazzo mantiene una certa vivacità,
ha degli occhi molto belli, vivi, ha delle labbra ancora carnose,
ancora, perché tutto il resto è scarnificato, labbra
carnose e una bocca molto mobile. C'è il ricordo di una
certa bellezza. Fa impressione a vederlo però un tempo
doveva essere un bel ragazzo. Il ragazzo viene puntuale, con voglia
di fare qualcosa, ha coscienza di malattia, dice di sentirsi molto
malato e di non essere capace di risolvere questo suo problema.
Dice che ha iniziato (comincia a raccontarmi la storia) perché
si vedeva molto grasso, gli sembrava di avere i fianchi e il sedere
grosso; allora ha fatto delle diete che sono diventate sempre
più forti, sempre più restrittive ed era dimagrito
moltissimo. Lui pesava settantotto chili, poi, quando ha fatto
la maturità, pesava sessantacinque chili, questo perché
saltava il pranzo e a volte anche la cena. Invece di mangiare
faceva quattro ore di tennis oppure andava in piscina e nuotava
per un pomeriggio intero. Faceva un'enorme quantità di
sport per stancarsi. Questo per calare ancora di peso. L'estate
la trascorse abbastanza tranquillo, al mare con la famiglia, prese
sole, stava benino ed era abbastanza soddisfatto. Era l'estate
del '93, aveva 19 anni. Poi è andato sempre peggio, fino
ad adesso quando si è iscritto all'università. Per
quanto riguarda il servizio militare lui ha fatto domanda di entrare
nella polizia, ed è stato accettato, (prima di dimagrire
troppo) ed aspetta con ansia la chiamata, perché l'arma
della Polizia gli concede di frequentare la facoltà di
Legge all'università, ha voglia di fare il poliziotto e
dice che forse poi potrà mangiare. Mi mostra due fotografie
di quando pesava settantacinque chili e di quando ne pesava dieci
di meno, con l'espressione come se dicesse: "Vede che bello
che ero?". Lui è orgoglioso del suo aspetto fisico
di allora, e chiede a me una conferma. Dice che quando entrava
in classe o in un gruppo di persone si sentiva che lui c'era,
la sua presenza non passava inosservata, era ammirato dalle ragazze,
era presente ed era molto contento di essere così. Adesso
ha tutti i vestiti di firma, si veste come lo stereotipo dei ragazzini
di oggi, cioè grandi scarponi Timberland d'inverno, grandi
giubbotti Chiodo, di pelle, dice che adesso può permettersi
questi abiti costosi e che glieli comperano, però malgrado
ciò nessuno lo guarda, cioè lui sente di non esserci.
Quando lui entra in una stanza con delle persone o entra in classe;
lui non esiste; mentre prima non aveva delle cose così
belle, era vestito molto più dimessamente però lui
emergeva, guardavano lui e non quelli più eleganti. Passa
per la strada e si guarda sulle vetrine e alle volte nota di piacersi
così e a volte no, di essere troppo magro. È molto
ambivalente su questo. La mattina, spesso non accende la luce
per farsi la barba, si rade solo con la luce che filtra dal corridoio,
perché ha paura di guardarsi e di riscontrare che quella
mela che ha mangiato magari la sera prima lo abbia fatto ingrassare
e che si veda. Poi "come tutte le anoressiche", come
lui dice, si diverte a preparare il cibo, gode nel vedere gli
altri mangiare, e lui no, e ad avere questa grande forza. Ha il
timore di ingrassare un poco e di annullare tutti i suoi grandi
sforzi, i sacrifici inumani indicibili per dimagrire. Ha detto
anche che lavora in una pizzeria come cameriere per arrotondare
un po' e per rendersi utile, dove ha avuto dei dispiaceri in quanto
i clienti dicono al proprietario che lui fa passare la fame. Sente
una tremenda solitudine, "la fame è la mia unica amica,
è sempre dolorosamente presente, solo lei mi fa compagnia"
dice con tristezza. Un giorno si volta per appendere la giacca,
e vengo preso da un sentimento di panico, c'è veramente
solo uno scheletro dentro i suoi abiti. Lui racconta che è
riuscito a mentire a sua madre facendole credere di fare colazione
al bar e invece riesce a fare una partita di tennis: è
calato così più di due chili. Nell'atmosfera della
seduta sembra manchi l'aria, la Morte l'inghiotte tutta. Dico
che non riesco a lavorare se non togliamo dallo spazio del nostro
incontro l'elefantiaca presenza di queste ossa rinsecchite e asfissianti.
Sento che ne percepisce anche lui la presenza. Di questo si occuperà
il suo medico, noi così potremo riprendere il lavoro. Si
affida fiducioso all'internista e i nostri colloqui riprendono
aria e spazio. Era troppo presente, ha voluto rendersi trasparente,
come difesa dallo sguardo degli altri e delle compagne, ora, con
questa sua malattia femminile, ginecologica, come lui la vive,
è nuovamente troppo visibile: "Diverso tra i diversi",
dirà, "malato e di un morbo femmineo". Ma presto
vestirà la divisa del poliziotto. Sa che gli donerà
molto, lui sta bene col blu. Peter Pan, eterno efebo che non può
crescere; ha un padre zoppo e flaccido, cui non può identificarsi,
preferisce ancora l'indeterminazione, e fermare il tempo perché
il tempo che scorre evoca la morte. Aver sentito realmente, in
modo concreto, l'alito della morte sul collo, credo abbia operato
il cambiamento. Accetta una sua identificazione maschile e aspetta
di indossare la divisa non come la bianca armatura di Agilulfo
e nemmeno come gli abiti da indossatore che porta, ma forse come
il vestito di un uomo che sta imparando a mantenersi eretto.Da
qualche tempo noto che siede molto lontano dal tavolo, contro
la parete opposta. È per mostrarsi meglio, così
è più visibile e si possono apprezzare quei sette
otto chili in più.