Il trapianto delle ghindole
Storicamente, le prime complicazioni nel trattare la parte esocrina
dell’organo (il 98% del pancreas è tessuto esocrino)
portarono all’idea che isolare e trapiantare le insule fosse
più semplice e meno invasivo. Questo approccio è
ancor oggi ritenuto un approccio promettente.I pancreas da cui
estrarre le insule sono normalmente reperiti da donatori cadaveri.Attualmente,
con una percentuale di successo nei trapianti di sole insule del
solo 10%, mettere un donatore vivente a rischio chirurgico non
sarebbe giustificato (al contrario che nel trapianto di pancreas).
Dopo che le Isole di Langerhans, che contengono le B-cellule (che
producono insulina), sono state separate per mezzo di una macchina
dal tessuto esocrino, devono essere tenute in una coltura per
2-3 giorni prima di essere trapiantate. Sotto la guida di raggi
X le insule sono iniettate nella vena porta del trapiantato. Una
volta nella vena porta, il flusso sanguigno e la pressione portano
le insule al fegato dove incontrano dei piccoli capillari che
non possono essere attraversati dalle insule. In questo modo le
insule si fermano in loco e vengono incorporate da nuovi capillari.Le
insule presentono una suscettibilità speciale , ancora
non completamente chiarita, al rigetto e agli effetti collaterali
degli immunosoppressori, cosa che impedisce alle cellule di funzionare
e di sopravvivere. Inoltre, non esiste ancora un marker che consenta
di rivelare precocemente gli episodi di rigetto e quindi la possibilità
di far regredire l’attacco immunologico. Al momento il trapianto
di insule-rene è effettuato su quegli individui che pur
necessitando di un trapianto di rene, non possono sopportare un’operazione
troppo importante. Nonostante la percentuale di insulinoindipendenza
sia più bassa di quella che si ottiene con un trapianto
di pancreas, 1/3 dei trapiantati hanno migliorato il loro controllo
glicemico. Il trapianto di insule in persone in cui il pancreas
sia stato rimosso per alleviare i dolori di una pancreatite può
arrivare ad ottenere fino al 75% di successo. In questi casi è
lo stesso pancreas del trapiantato che fornisce le insule (autoinnesto
di insule), quindi non c’è bisogno di immunosoppressori.
Questo fatto e la comparsa di nuovi medicinali (ora sotto sperimentazione)
incoraggiano i pazienti, i medici, le compagnie assicurative e
quelle farmaceutiche a continuare gli sforzi. È stato un
sogno fin dai primi anni 60, che trapiantare solo le insule che
producono insulina potesse sortire gli stessi risultati del trapianto
dell’intero organo, virtualmente eliminando il rischio chirurgico.
Se questo fosse possibile, e se il sistema immunitario potesse
essere modificato in modo che gli immunosoppressori possano essere
ad un certo punto interrotti o ridotti, molti più diabetici
potrebbero trarne beneficio. Ma se il rischio, o il rischio presunto,
diminuisce, aumenta la domanda.
Lo scorso luglio, l’annuncio del successo di una serie
di trapianti di sole insule eseguiti dal Dr. Shapiro e dalla sua
equipe dell’Università di Edmonton, nell’Alberta
ha catturato l’attenzione dei media e si è sparso
velocissimo tra i diabetici. Ma esso non è una cura. Stabilisce
una pietra miliare sulla via della “cura”, ma anche
se stiamo andando veloci, la strada è ancora lunga. I primissimi
stadi della sperimentazione stanno per cominciare, con lo scopo
di verificare e migliorare il nuovo metodo di trapianto delle
insule. Decine di migliaia di persone si sono offerte per essere
tra quei pochi selezionati ad entrare a far parte di questa sperimentazione.
Noi siamo ottimisti che la sicurezza e l’efficacia del trapianto
di insule verrà provata in questa sperimentazione, ma ci
preoccupa un fatto.
Un'occhiata ai numeri
Da quello che dice l’UNOS (United Network of Organ Sharing),
nel 1999 in America c’erano circa 5800 donatori cadaveri
e circa un milione e mezzo di diabetici insulinodipendenti. Nel
1995, l’attesa media per ricevere un trapianto di rene-pancreas
era di 9 mesi; oggi un candidato a trapianto di pancreas può
aspettare da 18 mesi a 2 anni. Il tempo di attesa è raddoppiato.
La pubblicità dei media che ha circondato il risultato
di Edmonton e il successivo annuncio della costituzione di centri
di sperimentazione ha creato una domanda infinita di insule, che
attualmente vengono ricavate solo da pancreas umani. Quelli che
si sono iscritti ai centri di sperimentazione, non sono inclusi
nella lista d’attesa nazionale, ma quando il trapianto diventerà
un tattamento di routine, la lista d’attesa per ottenere
un pancreas da utilizzare per un trapianto di insule crescerà
e così il tempo d’attesa. Siamo alle porte di un’era
che porterà alla cura del diabete ed è chiaro che
abbiamo bisogno di una fonte inesauribile di cellule produttrici
di insulina.
La soluzione al problema della scarsità delle insule sta
proprio nel fatto che il trapianto di insule è una terapia
basata sulle cellule e le cellule possono essere isolate, moltiplicate,
prodotte, e manipolate. Proprio come nel 1922 c’era stata
una corsa alla produzione di massa dell’insulina, ora c’è
la corsa a creare una fonte di cellule che producano insulina
che non dipenda dagli organi umani donati. Ci sono 5 soluzioni
potenziali allo studio:
Cellule eterogenetiche- cellule da un’altra
specie
Cellule Beta umane fetali o adulte.
Cellule che si autoriproducano geneticamente manipulate.
Cellule che si riproducono naturalmente da tumori maligni
Cellule staminali rigenerate.
Probabilmente l’aspetto più positivo del trapianto
di insule, rispetto a quello di pancreas è che con l’avvento
del trapianto di insule avremo la possibilità di superare
la scarsità di donatori. Le insule potranno essere prodotte
per accontentare la richiesta di milioni di diabetici.