Valori nutrizionali
Il consumo di pesce in Italia resta tuttora al di sotto dei livelli
medi europei; tuttavia nel corso degli ultimi anni, i crescenti
quantitativi disponibili ed una migliore valorizzazione del prodotto
hanno determinato un aumento del consumo di pesce, sia di acqua
dolce che salata, proveniente molto spesso da pratiche di allevamento.
Secondo dati ISTAT (1998) il consumo pro capite annuo è
di 23 kilogrammi. I prodotti ittici fonte di proteine di elevato
valore biologico, sali minerali, vitamine costituiscono una valida
alternativa ad altri alimenti proteici di origine animale (carni
di animali terrestri, uova etc..) e differiscono da essi soprattutto
per la componente lipidica. In particolare la composizione in
acidi grassi della frazione trigliceridica e, ancor più
della frazione fosfolipidica è caratterizzata dalla presenza
di composti appartenenti alla serie metabolica dell'acido linolenico
(C 18:3 Æ 9, 12, 15 n-3) con prevalenza di componenti ad
alto grado di insaturazione ed a lunga catena, quali gli acidi
eicosapentaenoico, EPA (C 20:5 Æ 5, 8, 11, 14, 17 n-3) e
decosaesaenoico DHA (C 22:6 Æ 4, 7, 10, 13, 16, 19 n-3).
Inoltre in alcune varietà di pesce (es. aringhe) possono
essere presenti livelli apprezzabili di acido cetoleico (C 22:1
Æ 13 n-9), isomero di posizione dell'acido erucico (C 22:1
Æ 11 n-11), contenuti nei semi di Brassica e negli oli da
essi derivati. La somministrazione di elevate quantità
di acidi erucico e/o cetoleico, come è noto, provoca, nell'animale
da esperimento, lesioni cardiache (lipidosi reversibile). Il livello
di acidi n-3 nelle diete convenzionali è molto modesto,
in quanto i grassi vegetali ed i grassi presenti nei tessuti animali
contengono, tra gli acidi polinsaturi, quasi esclusivamenti acidi
n 6, quali il linoleico C 18:2 Æ 9, 12 n-6, negli oli vegetali
e oltre a questo l'acido arachidonico C 20:4Æ 5,8,11, 4N-6metabolicamente
derivato per desaturazione ed allungamento, dal primo, nei grassi
animali. Si ricorda che l'importanza biologica degli acidi grassi
ad alto livello di insaturazione quali l'acido arachidonico, tra
i composti della serie n-6, è legato, oltre ad un ruolo
strutturale nelle membrane cellulari e subcellulari e funzionale,
in rapporto alla modulazione dello stato di fluidità delle
strutture che li contengono, anche al ruolo di precursori di una
famiglia di composti ad alta attività biologica in tessuti
ed organi, le prostaglandine e sostanze ad esse associate (eicosanoidi).
Poiché l'acido polinsaturo di gran lunga prevalente nei
tessuti animali è l'acido arachidonico, le nostre conoscenze
sul sistema prostaglandinico sono originate da studi sulla conversione
di questo acido grasso ai vari prodotti della lipo e ciclo-ossigenasi.
L'interesse per gli effetti del consumo di pesce o di grassi di
origine marina sullo stato nutrizionale e più specificamente
sullo stato di salute, nell'uomo, origina dall'osservazione che
nelle popolazioni Eschimesi della Groenlandia, nelle quali il
consumo di pesce è assai elevato (oltre 400 g/pro capite/giorno),
la mortalità per coronapatie è assai bassa. Tale
osservazione è stata interpretata come una possibile consegna
della scarsa trombogenicità piastrinica, caratterizzata
da una ridotta tendenza all'aggregazione "in vitro"
ed un notevole allungamento del tempo di sanguinamento in tali
popolazioni. Il peculiare comportamento delle piastrine dei soggetti
eschimesi è stato attribuito all'accumulo di EPA, nei lipidi
plasmatici e cellulari, e pertanto anche piastrinici, associato
a riduzione dei livelli di acido arachidonico. La modificazione
del rapporto arachidonico/acido eicosapentaenoico nelle piastrine
avrebbe notevoli conseguenze sulla produzione di composti proaggreganti
piastrinici derivati da tali acidi grassi per attività
della ciclo-ossigenasi, quali i
trombossani. Molte ricerche sono state condotte, sia nell'animale
da esperimento che nell'uomo, volte a valutare l'effetto della
somministrazione di acido EPA sulla funzionalità piastrinica,
e più specificamente sulla sintesi di eicosanoidi attivi
nel distretto vascolare, quali il trombossano e la prostaciclina.
In sintesi, gli studi condotti nell'uomo sia somministrando preparazioni
di trigliceridi arricchiti un 20:5 n-3, sia formulando diete a
base di pesce, con un apporto giornaliero medio di circa 2-3 g
di tale acido, hanno confermato che dopo tali trattamenti la funzionalità
piastrinica viene fortemente depressa e che il sistema degli eicosanoidi
non solo piastrinici, ma anche vascolari e leucocitari, viene
modificato. In particolare: a) nelle piastrine la sintesi di trombossano
A2, derivato dall'acido arachidonico viene ridotta, a favore della
sintesi di trombossano A3, composto dotato di una attività
pro-aggregante; b) la produzione di prostaciclina I2, ad azione
antiaggregante, a partire da acido arachidonico non è molto
ridotta (a differenza di quanto si osserva nell'animale da esperimento)
mentre si forma prostaciclina I3, che mantiene l'attività
antiaggregante. L'insieme di tali modificazioni spiega la ridotta
aggregazione piastrinica ed il tempo di sanguinamento prolungato.
Più recentemente si è osservato che la somministrazione
di acido EPA modifica anche la formazione di eicosanoidi derivati
dalla lipossigenasi (leucotrieni) a livello dei leucociti, con
riduzione di composti della serie 4 (LTB4 e C4) e comparsa di
composti della serie 5 (LTB5 e C5) biologicamente meno attivi.
Non si sa tuttavia quali modificazioni funzionali siano associate
a questi cambiamenti, né se il sistema dei leucotrieni
svolga un ruolo nella patogenesi delle malattie vascolari. In
generale si può affermare che la presenza di acido EPA
nei tessuti comporta: a) una deplezione di acido arachidonico
(a cui si sostiuisce) con conseguente riduzione della sintesi
di eicosanoidi della serie 2 da esso derivati; b) inibizione della
sintesi di eicosanoidi della serie 2 per inibizione competitiva
della cicloossigenasi; c) formazione di eicosanoidi della serie
3 (trombossano A3 meno attivo del TxA2 e PGI3 attivo come la PGI2).
La conversione dell'acido EPA a composto della serie 2 pare tuttavia
meno efficiente che non per i prodotti della serie 2 derivati
dall'acido arachidonico. La somministrazione di olio di pesce
è in grado di modificare anche l'assetto lipidico e lipoproteico
nell'uomo, con riduzione dei livelli del colesterolo totale e
LDL, analogamente a quanto si verifica in seguito alla somministrazione
di grassi polinsaturi della serie n-6. Tuttavia tali effetti si
manifestano per assunzione di elevate quantità di pesce
(20-30% delle calorie). Un effetto specifico degli acidi n-3 è
costituito dalla riduzione dei Trigliceridi e delle VLDL, per
inibizione della sintesi dell'apolioproteina B nelle VLDL. Studi
epidemiologici condotti in questi ultimi anni hanno confermato
che in popolazioni ad alto consumo di pesce la mortalità
per coronaropatia è ridotta. Ciò si osserva, ad
esempio, in Giappone (consumo annuo medio di pesce pari a 36 kg/capite,
all'incirca 3 volte superiore a quello in Italia). La minima mortalità
coronarica si verifica inoltre nell'isola di Okinawa, in cui il
consumo di pesce è di circa il doppio di quello nazionale.
Uno studio epidemiologico longitudinale della durata di 20 anni
condotto in Olanda, su una popolazione di 869 persone in cui il
consumo di pesce/pro capite era compreso tra 0 e 300 g/giorno,
con un valore medio di circa 20 g, ha dimostrato che vi è
una correlazione inversa dose-dipendente tra il consumo di pesce
e mortalità coronarica. La mortalità era più
bassa del 50% tra le persone che consumano almeno 30 g al giorno
di pesce, suggerendo che un consumo anche solo di 2 piatti di
pesce alla settimana possa avere un ruolo preventivo nei confronti
della malattia aterosclerotica. Il consumo di pesce d'altra parte,
non era correlato da altri noti fattori di rischio coronaropatico
(età, colesterolemia, pressione e fumo di sigaretta) e
pertanto pare un fattore indipendente. L'insieme di studi sperimentali
e clinici ha certamente dimostrato che l'assunzione di pesce o
di grassi di animali ha un effetto positivo sullo stato di salute,
soprattutto per quanto riguarda il distretto cardiovascolare.
Questi dati hanno suggerito di utilizzare la somministrazione
di altre
qualità di EPA, il composto ritenuto attivo nell'olio di
pesce, a scopo preventivo in soggetti ad alto rischio aterosclerotico.
Tale somministrazione può essere realizzata utilizzando
preparazioni di oli di pesce ad alto contenuto in EPA (da un valore,
di circa l'8%, presenti negli oli come tali, al 18% in capsule
arricchite in tale acido grasso), in capsule contenenti 1 o 2
grammi di olio, e integrate con circa 1 mg/g di _ tocoferolo.
Tale trattamento, pertanto, appare più fondato su un approccio
farmacologico che nutrizionale. A tale proposito vale la pena
di porre alcune considerazioni generali per quanto riguarda l'utilizzazione
di grassi ad alto contenuto di acidi polinsaturi n-3 nell'alimentazione
umana. Si deve infatti distinguere il consumo di grassi che viene
assunto con l'ingestione del pesce intero da quello di preparazioni
arricchite in EPA. Nel pesce, gli acidi polinsaturi n-3 sono presenti
in rapporto bilanciato, prevalentemente nella frazione fosfolipidica
e sono localizzati nelle membrane strutturali dei tessuti in associazione
con antiossidanti naturali, mentre nelle preparazioni di oli tali
composti sono presenti in concentrazioni assai elevate, in forma
di trigliceridi e, nonostante l'aggiunta di sostanze antiossidanti,
(ad un livello che per acidi a 5 e 6 doppi legami potrebbero non
essere adeguati), sono alquanto esposti a perossidazioni. Pertanto,
in quest'ultima forma di assunzione da un lato la cineteca dell'assorbimento
intestinale e dell'incorporazione in varie frazioni lipoproteiche
plasmatiche appare alquanto diversa da quella più fisiologica
conseguente all'assunzione di pesce intero, mentre dall'altro
si può realizzare un sovraccarico di composti ad alto potenziale
perossidativo. Ne consegue che un incremento del consumo di pesce
da parte della nostra comunità è altamente raccomandabile,
mentre l'utilizzazione di preparazioni a base di oli arricchiti
in EPA può essere limitata a scopo preventivo o terapeutico
in soggetti ad alto rischio aterosclerotico.