I dolci, come e quanti
Il sapore dolce è legato ad una serie di sostanze sia naturali
sia artificiali. Quelle naturali appartengono per lo più
alla categoria dei carboidrati semplici o zuccheri. Quelle artificiali
invece, a molecole di diversa natura chimica.. Un eccessivo consumo
di zuccheri, nell’ambito di una dieta squilibrata per eccesso
calorico, può favorire l’insorgere di malattie croniche
quali il diabete o l’obesità. L’introduzione
alimentare di dolci non seguiti da una rapida ed efficace igiene
orale può determinare l’insorgenza di carie dentarie.
Tenere conto della quantità e della frequenza di consumo
di alimenti e bevande dolci nella giornata, per non superare la
quota di zuccheri consentita. Preferire i dolci a ridotto contenuto
ingrassi e a maggior contenuto in carboidrati complessi (prodotti
da forno della tradizione italiana, quali biscotti, torte non
farcite, ecc.). Utilizzare in quantità controllata i prodotti
dolci da spalmare sul pane o sulle fette biscottate (quali marmellate,
miele e creme). Limitare il consumo di prodotti a forte tenore
di saccarosio e specialmente quelli che tendono a restare aderenti
alla superficie dei denti (caramelle, torroni, ecc.) Lavarsi in
ogni modo i denti dopo il consumo. Se si vogliono consumare alimenti
e bevande dolci ipocalorici dolcificati con edulcoranti sostitutivi,
controllare sull’etichetta il tipo di edulcorante usato
e le avvertenze da seguire. Sono molti, tra i gastronomi, a ritenere
l'arte dolciaria un'arte inferiore. Vi è addirittura chi,
sulle orme del grande Carême, considera i dolci alla fine
del pranzo "macigni molto pesanti per il fegato". Altri
ancora, ricordando che le brave ragazze di famiglia si accostavano
un tempo ai fornelli imparando per prima cosa la preparazione
dei dolci, sostenevano, con chiari intenti denigratori, che è
assai più difficile e complesso preparare un buon piatto
di carne, un sugo o una salsa perfetti, che non confezionare un
dolce, sfidando con ciò le legittime ire delle corporazioni
dei confettieri, pasticceri e gelatieri. Queste perplessità
si estendevano persino all'interrogativo sulla reale funzione
gustativa del dolce, che pure incontrovertibilmente almeno una
ne possiede e quasi sempre in modo rilevante: il valore calorico
e nutrizionale. In realtà i dolci sono cibo. E che cibo,
direbbero i grandi estimatori dei dolci: un cibo così eccelso
da divenire, in una sublimazione paradossale, un peccato! Un peccato
punito sin dall'infanzia, se è vero come è vero
che, da sempre, i bambini sorpresi a rubare la marmellata erano
oggetto di pesanti sanzioni, non essendovi, per contro, memoria
di punizioni o rimproveri verso bambini sorpresi a mangiare formaggio
o salame.Forse è proprio sulla base di questa considerazione
che Paolo Mantegazza afferma che "l'anima del dolce è
tenera, mite, infantile... come una lunga carezza di una mamma
al proprio bambino". Ed è sempre sulla base di questa
valutazione che Massimo Scardigli paradossalmente (e scherzosamente)
afferma che i dolci sono un peccato contro Dio, il quale immediatamente
punisce chi li mangia con bubboni, brufoli, mal di fegato. E parlando
del dolce per antonomasia, il cioccolato, ci pare giusto ricordare
quanto diceva Sandra Boyton, forse in modo un poco provocatorio:
"Le più grandi tragedie furono scritte dai Greci e
da Shakespeare: nessuno di questiconosceva il cioccolato"
che, come è noto, apparve sulle tavole europee intorno
alla metà del 1500 giuntovi dalle Americhe.Ma, tornando
al legame tra dolci e infanzia, non si può non ricordare
la famosa madêline di Proust: "quel sapore era quello
del pezzetto di Madêline che la zia Léonice mi offriva
bagnato nel suo infuso di tè". Anche Simone de Beauvoir
nelle Memorie di una ragazza perbene riconosce il fascino che
esercitavano su di lei bambina "la frutta candita, i marzapani
cangianti e la fioritura dei bombons: verde, rosso, arancione,
viola" esposti nelle vetrine della confetteria di Rue Vanvin.Ma
quante sono le ricette di dolci esistenti e conosciute oggi nel
mondo? Migliaia certamente, divise come sono in varie sottospecie
e tra queste, naturalmente, insieme alla crema, i gelati e sorbetti
da più di cinquecento anni così amati e apprezzati.E
se i sorbetti hanno sicuramente origini arabe, si deve a Caterina
de' Medici la diffusione in Francia di questo dessert poi esaltato
a livello popolare dal famoso Procopio (inventore si dice del
gelato al limone), dal napoletano Velloni con la sua gelateria
aperta nel 1798 sul Boulevard des Italiens e dal suo allievo Tortoni.Pare,
secondo fonti non sospette, che il gelato come oggi lo conosciamo
e consumiamo, arricchito cioè di uova e panna, sia stato
inventato dal pasticcere di re Carlo I d'Inghilterra intorno alla
metà del 1600. Ma ammesso che ciò sia vero è
altrettanto vero e certo che furono Procopio, Velloni e Tortoni
a diffonderne l'uso a livello popolare. Un uso definitivamente
consacrato del Carême, il primo grande pasticciere della
storia culinaria che nel suo manuale di pasticceria ha inserito
una serie di ricette di gelati e sorbetti.Ma, per tornare ai dolci
in generale, che cosa sono essi per l'animo? Un piatto di straordinaria
dignità non solo gastronomica, se proprio il Carême
nel suo manuale celeberrimo afferma che "le arti sono cinque:
la poesia, la musica, la scultura, la pittura e l'architettura,
la quale ha come branca principale la pasticceria".Un giudizio,
quello di Carême, che ci sentiamo di condividere anche perché
i dolci, nella loro grandezza, sono veramente capaci di tutto:
persino di lasciare, dopo averli gustati, una certa amarezza o
perché si è ceduto alla tentazione di mangiarne
troppi o perché ci si è limitati a mangiarne troppo
pochi, così come argutamente osserva Silvia Boratti, nel
suo bel libro dal titolo Antichi dolci di casa.